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Marco Boglione

Marco Boglione

L’imprenditore che trasforma i sogni in realtà

Dici Marco Boglione e pensi Robe di Kappa, K-Way, Superga, Sebago, Briko e altri 
ancora: marchi storici che la sua azienda – la BasicNet – ha acquistato negli ultimi 25 anni e rilanciato in tutto il mondo. 
Oppure dici Marco Boglione e pensi ai Monti della Luna:  a quel “Canada con le piste che ti passano sotto il balcone, che però è a un’ora di macchina da Torino, al centro di uno dei comprensori sciistici più belli del mondo, la Vialattea”.
Così parlò Boglione. Imprenditore da sempre: la sua prima start up risale agli anni del liceo. Re Mida degli “stracci”, come Luciano Benetton chiamò negli Anni 70 il settore dell’abbigliamento casual. Appassionato di Information Technology, tanto da farne il “sistema nervoso digitale” della sua BasicNet. Anni fa, un autorevole giornale tedesco lo definì “vecchio nerd”, e lui ancora ci ride: “Passi nerd, ma vecchio proprio no!”.

Boglione, lei frequenta l’Alta Valle di Susa da molto, moltissimo tempo. E con assidua fedeltà. Com’è nata la sua love story con queste montagne?

Un po’ ci sono nato, un po’ l’ho scelta. Ho ricordi che mi legano all’Alta Valle di Susa fin da quando ho memoria. All’inizio – da bambino – si passava dall’altra parte, alle volte era un’avventura: salivamo da Pinerolo, Villar Perosa, la Val Chisone. 

Come ogni ragazzo degli anni ’50, cresciuto nel boom degli anni ’60 in un ambiente borghese, bisognava che la tua famiglia scegliesse un posto al mare e uno in montagna. Il mare, per noi, era Alassio, mio papà ci andava fin da bambino. Quando si trattò di comprare la casa in montagna, mia madre scelse Sestriere.

 

Ricorda perché?

Immagino perché molti loro amici avevano fatto la stessa scelta e perché si faceva proprio una bella vita: la piscina dei Principi di Piemonte, il cinema, le funivie, le discese in neve fresca, i tassisti che venivano a prenderti al termine dei fuori pista, le discoteche... 

Il Colle è stato una conseguenza del boom economico e di un progresso sociale che coinvolgeva tutti, ricchi e meno ricchi. Chi poteva comprava un appartamento grande, altri uno piccolo, altri arrivavano in pullman in giornata, ma non importava, quando si era lì si viveva tutti insieme. Sestriere era un simbolo del benessere sociale. Io e i miei due fratelli ci siamo trovati in quel mondo con due genitori giovani, simpatici e sportivi; non è stato bello: è stato meraviglioso. È sicuramente nato in quegli anni il nostro legame con l’Alta Valle. Da adulti abbiamo girato il mondo, abbiamo visitato posti bellissimi. Ma è qui, in Alta Valle di Susa, che sogniamo di tornare appena possiamo.

 

Eppure, una volta cresciuti, avete lasciato Sestriere. Cos’è successo?

Guardi che abbiamo ancora il nostro bell’appartamento a Sestriere, e ci fa piacere sapere che c’è. La famiglia continua a usarlo. Il punto è che non ci stavamo più. Tre fratelli, tre mogli, i figli: quell’appartamento se pur grande, era diventato piccolo. 

A noi fratelli piace stare insieme, non ci è mai venuto in mente di sistemarci in tre case diverse. 

Il nostro obiettivo era trovare un posto dove poter continuare a vivere quella montagna insieme. Durante le vacanze di Natale del 1988 uscendo da quell’affollatissimo appartamento decisi con la mia prima moglie di andare a sciare ai Monti della Luna che mio nonno, Alpino DOC, ci decantava negli anni ‘60 e dove ci portava a passeggiare d’estate. 

Sia io che Daniela ne rimanemmo incantati. Quel giorno metà delle case erano sprangate e l’altra metà aveva dei cartelli “vendesi” arrugginiti. C’erano le prime motoslitte. Staccammo tre cartelli e, tornati a Torino, chiamammo i proprietari, increduli che qualcuno fosse interessato a quei piccoli chalet abbandonati. Non sapevamo nulla, nemmeno se quelle case avessero acqua o luce. Ma il posto era straordinario. 

Comprammo subito le case a un prezzo molto basso, poco dopo lo fecero anche i miei fratelli. Convincemmo il Comune di Cesana a vendere alcuni lotti inutilizzati: nel giro di tre anni avevamo almeno due terreni e due case ciascuno. I miei fratelli comprarono dalla Sestrieres S.p.a. anche la Montanina. Da quel giorno è iniziato un nuovo film: i Monti della Luna, noi, i nostri figli e da qualche anno anche i figli dei nostri figli. E mai nessuno ha pensato di preferire altre montagne.

 

Lei, che ha costruito un impero, ha ancora un sogno?

Costruirne un altro! Naturalmente vorrei vedere la mia azienda ancora più grande e consolidata ma, per uno a cui piace scalare, il sogno è sempre un’altra vetta. Per un imprenditore, intraprendere è bello a prescindere. E, da imprenditore, sogno di vivere ancora una volta la bellissima avventura di avere un’idea fissa e provare a trasformala in realtà.

 

Etica e impresa. Lei in diverse interviste ha affermato di fare un mestiere etico, ci può spiegare meglio?

Se per etica si intende la contribuzione al bene comune, non riesco a immaginare un mestiere più etico di fare l’imprenditore. Il benessere diffuso è alimentato dalla ricchezza ben distribuita e la ricchezza la creano gli imprenditori con l’occupazione e la contribuzione fiscale di cui vive lo Stato. Il nostro prodotto interno lordo deve ricominciare a crescere e diventare ben più grande del famigerato debito pubblico. E questo lo possono fare solo le imprese. Il mondo imprenditoriale è un mondo di gente che lavora, che costruisce, che rischia, che paga le tasse, che non si ferma mai. 

È quanto di più etico io possa immaginare.

 

Cosa direbbe a un giovane che vuole diventare imprenditore di successo?

Di non fare assolutamente l’imprenditore! Se vuoi diventare “imprenditore di successo” è meglio che non inizi neanche, perché sei destinato a fallire. 

L’imprenditore lo fai per passione e perché c’è l’hai dentro, non per avere successo. Se hai fortuna e sei bravo, magari il successo arriva anche, ma devi mettere in conto che le cose possano andare storte, e soprattutto non ti devi mai prendere troppo sul serio.

Credo che noi imprenditori abbiamo qualche cromosoma fuori posto, che il nostro sia un atteggiamento di tipo genetico. Il problema è che essere imprenditore in Italia, almeno fino adesso, non è stata considerata dai giovani come una scelta nobile e etica. È ancora diffusa la retorica che un imprenditore pensi solo al suo tornaconto, che sfrutti la gente, che faccia tutto solo per i soldi. Se un imprenditore dichiara di guadagnare 10 milioni di euro, deve stare attento ad andare in giro. Se un calciatore dice, orgogliosamente e giustamente, di guadagnare 10 milioni di euro, non paga più il caffè da nessuna parte. Questo non lo ritengo utile per la società, soprattutto per i giovani.

 

Riformulo la domanda: che cosa direbbe allora a un giovane che avesse un’idea imprenditoriale e volesse provarci?

Consiglierei di essere sempre almeno in due. Serve avere al fianco un amico, una moglie, un socio con cui parlare, condividere la sfida, tirarsi su nei momenti di sconforto. Secondo consiglio: partire, come abbiamo fatto noi, da un garage e senza soldi. Se invece un ragazzo vuole partire da un Talent Garden, con i business plan, gli advisor e tutto il resto, ecco: non saprei proprio che consiglio dare. Io ho fatto in modo diverso, ma forse sono un vecchio nerd...

 

Ma come inizia chi non ha un soldo?

Quello che per fare gli imprenditori si debba essere ricchi è un mito da sfatare per i giovani. Non è semplicemente vero se si fa riferimento ai fatti e non alle teorie accademiche o finanziarie. Le più grandi aziende che tutti conosciamo dalla Apple alla Luxottica passando per Microsoft e tante altre, Facebook compresa sono nate nella testa di ragazzi senza soldi, ma visionari e coraggiosi che hanno convinto i primi fornitori a fargli il credito necessario per partire; i soldi poi arrivano, e anche tanti, se il prodotto o il servizio che realizzi è eccezionale.

 

Ultimo consiglio?

Se si vuole portare al grande pubblico un prodotto, bisogna avere una passione sfrenata per quel prodotto e per le tecnologie con cui lo si produce. Ci si può anche improvvisare, ma mettendosi completamente in gioco. Poi occorre pazienza, e bisogna mettercela tutta per convincere gli altri a seguirti nel tuo viaggio avventuroso. Io ero e sono innamorato dei miei prodotti e della mia azienda; ci ho creduto con tutte le mie forze, anche se in realtà, quando ci pensavo razionalmente pensavo che non ce l’avrei mai fatta. Quando, nei momenti di grande difficoltà, cercavo di rincuorare la mia mamma che alla fine sarebbe andato tutto bene, lei mi rispondeva: “Secondo me non ci credi nemmeno tu, ma per questo ti adoro” (scoppia in una risata, ndr)

 

All’inizio della nostra intervista mi ha raccontato che l’altro giorno aveva dinanzi un banchiere milanese. Alla sua domanda “come va?”, lei gli ha risposto: “Vuoi che te lo dica in milanese o in torinese?”. 

Si, e lui mi ha chiesto di dirglielo in milanese, così gli ho risposto “benissimo”.


E se gli avesse risposto alla torinese?

Gli avrei detto “benone”.


Ecco: in milanese si dice “benissimo”, in torinese si sceglie un più prudente “benone”. È su questo che si basa la comunicazione sabauda? Non crede servirebbe più verve nel comunicare chi siamo e quali sono le nostre potenzialità?

Il nostro modo di comunicare – il fatto di non esagerare mai – non è un limite: è uno stile. È sempre una buona regola viaggiare con un po’ di riserva. Stiamo parlando di un’azienda, di persone che lavorano, di responsabilità. Meglio non fare troppo i fenomeni e dire come stanno le cose. Benone a me sembra più serio e non toglie niente, anzi aggiunge credibilità. 

Torino non è una cittadina che, se arriva un colpo di vento, spazza via tutto. Qui c’è storia, cultura, capitali radicatissimi. In questa città c’è tutto. Ma come diceva spesso il nostro super sindaco olimpico: esageruma nen...

 

E dal punto di vista della comunicazione turistica?

Fare turismo è un po’ come fare magliette. Non bisogna farle come quelle della concorrenza, occorre fare una bella maglietta ma con qualcosa di diverso dalle altre. Chi non ci riesce, si nasconde dietro l’alibi della cattiva comunicazione, ma la realtà è che il suo prodotto vale poco e quindi non sfonda. I consumatori sono molto scaltri e oggi comunicano molto tra di loro. In questo senso, il Piemonte e Torino hanno una marcia in più proprio perché non sono banali. Non sono uguali a tutti gli altri posti. Prendiamo la Vialattea: è un comprensorio straordinario e non c’è poi tutta questa pubblicità. Eppure i numeri ci sono e crescono, perché è un prodotto di altissima qualità. Non è come gli altri, ha una sua identità. E, sul mercato, la differenza, se di qualità, premia.

 

Rimaniamo in Alta Valle: che cosa può essere quel PIL in più che tutti ora cercano?

Direi le borgate. Sono preziosità. C’è un modello che non ha bisogno di essere inventato: basta lasciarlo crescere in osmosi con la domanda di mercato. Prendiamo i Monti della Luna. È un bellissimo territorio con due insediamenti creati intorno agli anni ’60, Sagnalonga e il villaggio del Colle Bercia, detto appunto Monti della Luna, che erano stati praticamente abbandonati con la fine del boom economico e invece sono due gioielli. Sono esattamente ciò che oggi il mercato chiede.